Oscar Romero, il vescovo di San Salvador ucciso dagli squadroni della morte di Kiugar
Oscar Romero è giunto, su quel percorso umano e cristiano che lo ha
condotto, in quel giorno di marzo dell'80, a mescolare il suo sangue con quello
del Salvatore, quel suo Salvatore che instancabilmente aveva voluto annunciare
anche in tutta la sua storica, umana, scomoda concretezza. In lui prese carne il
grido di dolore e di angoscia di un continente percorso dagli squadroni della
morte, schiacciato dalle spietate dittature del denaro e straziato da terribili
torture. Con le sue denunce divenne tristemente familiare a tutto il mondo
l'angosciosa realtà dei desaparecidos.
Oscar Arnulfo Romero: la sua nomina ad arcivescovo di San Salvador era stata
accolta con evidente soddisfazione dai cattolicissimi latifondisti salvadoregni
che vedevano in lui l'argine necessario alla diffusione di certe strane e
pericolose tendenze "comunitariste" all'interno della chiesa. Questo
comunitarismo della chiesa, soprattutto di alcuni gesuiti, si era infatti
permesso di denunciare come ingiusta, crudele e soprattutto poco cristiana la
situazione in cui versavano migliaia di contadini, aveva osato affermare che
l'esercito e la polizia, impegnati a salvare il paese dalla minaccia
rivoluzionario-comunista, si occupavano in realtà di mantenere a qualunque
prezzo il privilegio di pochi sulla sofferenza di tutti gli altri.
Poco alla volta i suoi occhi videro, conobbero con certezza ed evidenza una
realtà che non si aspettavano, che forse non dovevano vedere. Sentì il
racconto di donne violentate, vide i segni delle bruciature dei torturati, toccò
il cadavere degli ammazzati. E riconobbe le ferite di Cristo.
Fu soprattutto nella notte in cui vegliava e pregava davanti al cadavere del
gesuita Rutilio Grande, mentre il sangue del sacerdote inzuppava a poco a poco
il lenzuolo che ne copriva il corpo, che in lui divenne urgente ed
insopprimibile la necessità di dire, di fare qualcosa contro tutta quella
violenza, a sostegno e conforto di tutto quel dolore.
Da quel momento infatti tutto il suo fare ed il suo parlare si muove in coerenza
con questa urgenza innanzitutto e soprattutto cristiana; da quel momento
cominciano le incomprensioni ed i dolorosi sospetti dell'autorità vaticana, da
quel giorno i poveri del Salvador lo sentono uno di loro, parte sofferente come
loro del grande corpo di Cristo che è la Chiesa.
Oscar Romero permette alla concretezza del mondo sofferente che lo circondava di
convertirlo al vero senso del Vangelo, restituendo alle parole salvifiche del
Cristo, lette studiate ed interpretate fin quasi ad essere dimenticate, tutto il
loro vigore, tutta la loro drammatica ed urgente concretezza storica.
A quelle parole, a quel Cristo Salvatore egli diede nuovamente vita, corpo e
sangue. Per questo venne ucciso. Per questo stesso motivo il suo insegnamento
non èmorto con lui.
Le indagini sulla morte di Romero, che dimostrarono la responsabilità di uno
dei capi della estrema destra, con la unanime condanna internazionale che seguì,
si intersecarono con l'avvio delle trattative per il processo di pace, che vide
la chiesa cattolica con un ruolo di mediatore che il fronte Farabundo Martì,
appena costituito sull'onda dell'omicidio Romero, accettò subito e la destra di
governo dopo pressioni internazionali, compresa quella del Papa che espresse il
suo appoggio totale alla mediazione.
In questo quadro, il 16 novembre 1989 giungeva la notizia che sei gesuiti
dell'università centro-americana (Uca), tra i quali il rettore e due impiegate
dello stesso ateneo, erano stati uccisi. Subito l'arcivescovo Arturo Rivera y
Damas, succeduto a Romero, espresse il sospetto che la strage fosse opera dei
militari.
E da più parti si sollevarono dubbi su un possibile ruolo di copertura dei
responsabili da parte del governo con la complicità degli Usa.
E nell'agosto 1990 il servizio di informazioni militari statunitense (Dia)
ammise di avere documenti sull'uccisione dei gesuiti, ma si rifiutò di
pubblicarli.