La 'nazionalizzazione' dei partiti in Sardegna di Franciscu Sedda
Seconda parte. Sardegna e Catalogna, tra storia, miti e percorsi.

"Convergenza Sarda" porta inscritto già nel nome il suo "mito" di riferimento: il modello a cui dice di voler tendere. Aleggia attorno ad essa il fantasma di "Convergencia i Uniò" (Convergenza e Unione), il sogno del benessere catalano e fors'anche quello di emulare le tante legislature al governo del moderato nazionalitario Jordi Pujol.
Ma evocare i fantasmi può essere un gioco pericoloso per i partecipanti o irrispettoso per gli assenti chiamati in causa. Il desiderio di farsi altro si scontra con la realtà, la pesantezza, di ciò che si è e del percorso che si è fatto per arrivarci.
Beninteso: non si tratta di una critica preconcetta sull'incapacità di generare qualcosa da se stessi da parte del "nazionalitarismo" nostrano, del suo non saper prescindere dal richiamarsi ad altro. Si tratta anzi - in primo luogo - dell'incapacità di riconoscere l'Altro come tale, nelle sue differenze, nella sua irriducibilità, affinché dal confronto si impari e si produca qualcosa: da tale punto di vista appiattire la Catalogna sulla Sardegna può essere al più un "ridurla" ai propri fini, per meglio utilizzarla nella propria strategia politica: il fantasma diventa talmente evanescente da divenire puro nome, semplice evocazione di una presenza (necessariamente?) dis-attesa.
In secondo luogo tutto ciò lascia intravedere la costruzione di percorsi "identitari" che, essendo basati su presupposti tanto fragili quanto desiderabili (per i nostri convergenti), porterebbero ad una situazione non molto diversa da quella attuale.


Oggigiorno ci troviamo di fronte, come accennavamo nella prima parte, ad un nazionalitarismo confuso e poco nazionalitario, che nasce da un lato da un sardismo di ripiego dopo il suo suicidio degli anni ottanta e dall'altro dagli effetti di quel periodo sui raggruppamenti unionisti: vale a dire il ritornare alla ribalta, e il non poter dissimulare ulteriormente, la portata della "questione sarda" in quanto questione della nazione sarda, nel suo esistere e nel suo farsi; il suo farsi esistente, farsi presente a sé e agli altri.
Non scordiamoci dunque come si è arrivati al presente: il nazionalitarismo odierno nasce da una "distensione" del dibattito attorno alla questione nazionale sarda e non da  una sua decisa presa in carico. Ad avere il tempo, lo spazio, nonché la pazienza dei lettori, si potrebbe andare sempre più a ritroso, a cogliere continuità e fratture di una storia (che abbiamo anche noi!) scritta con ritrosia quando non a mala gana.
Si prenda ad esempio il tratto che dalla nascita del Partito Sardo (anni '20) porta alla Rinascita (anni '50-'60): si noterà come il discorso politico sia basato prevalentemente sull'economicismo; il problema "culturale" (in senso forte) viene eluso, tanto che la proposta sarda di statuto autonomo viene inoltrata all'Assemblea Costituente italiana con un prologo in cui, per giustificare la stessa domanda di autonomia, si "ammette" (ma chi gliel'aveva chiesto?) di avere con l'Italia comunanza di storia, costumi, tradizioni, lingua…


Così, mentre la repressione della catalanità da parte di Franco si trasformerà in molla nazionalitaria, la repressione fascista della sardità passerà quasi come acqua sotto i ponti, quantomeno nei politici ed intellettuali sardi. Se la cosa non causasse spasmi a molti si potrebbe anche ricordare il paradosso di Gramsci che, a metà degli anni '20, chiede a Lussu se la repressione fascista non avvallasse la possibilità di abbandonare il regionalismo e di parlare di questione nazionale sarda: ovviamente tutti accettano la risposta negativa di Lussu e nell'interpretazione postuma il fascismo diviene una simpatica perversione temporanea e a noi sardi non resta che portare pazienza.
Tutti dimenticano le uscite sardiste e nazionalitarie di Gramsci, tutti ci ricordano quanto fosse sardista Lussu…La giusta sorte è che oggi Lussu viene citato come 'padre' anche dai leader sardi di Forza Italia e Gramsci rimane un 'grande italiano'.
Del resto mentre a metà dell'ottocento un manipolo di intellettuali e di borghesi si facevano prendere da su 'entu 'e makighine della "perfetta fusione" con gli "Stati di terraferma" i catalani ripristinavano la festa delle Jocs Florals e davano vita al "catalanismo" inteso come movimento linguistico-culturale (Hobsbawm, Nazioni e nazionalismi dal 1780, p.125).


Se a ciò si aggiunge che "nell'Ottocento […] l'espansione industriale si concentra in Catalogna e nelle province basche" facendo in modo che "il potere politico rimane così isolato nel 'centro castigliano', mentre quello economico si trasferisce in periferia e una nuova frattura materiale si sovrappone a quelle di natura culturale e politica già esistenti" (Hermet, Nazioni e nazionalismi in Europa, p.254) si capirà ancor più facilmente perché "la Repubblica e la dittatura di Francisco Franco contribuirono a incrementare il seguito di massa del catalanismo che, negli ultimi anni della dittatura e dopo la morte di Franco, fece registrare un'ampia conversione di queste masse [lavoratrici] sul piano linguistico, nel senso dell'adozione di quello che non era ormai solo più in idioma parlato, bensì una lingua di cultura stabilizzata e istituzionalizzata" (Hobsbawm, p.165). Se si pensa alle "secche" in cui ancora oggi si trova il problema della standardizzazione linguistica del sardo c'è da riflettere: non sarà forse la mancanza, o quantomeno la debolezza, di una reale coscienza nazionale sarda ad aver ostacolato una decisione unitaria e condivisa?
Della profondità del processo di differenziazione culturale e del forte rapporto conflittuale che i catalani hanno creato rispetto alla Spagna può darci ulteriore testimonianza lo sport.


Come ha scritto Manuel Vazquez Montalban, il Barcelona "è qualcosa di più di una società calcistica, è l'esercito simbolico disarmato della catalanità": a dimostrazione della pervasività e del ruolo che la costruzione identitaria catalana ha assunto vi è la storia di questa squadra, che è implicitamente una storia politica: "Durante la dittatura di Primo de Rivera negli anni Venti, il campo del Barça fu chiuso per il comportamento catalanista del suo pubblico. […] a mano a mano che il regime [franchista] si logorava, i seguaci del Barcellona rafforzavano la loro capacità di manifestare e dallo stadio scomparvero le bandiere spagnole: sventolano, a partire dal 1975, solo quelle catalane" ["L'esercito disarmato della Catalogna", Il Venerdì di Repubblica, 19/11/1999].
Si pensi solamente a ciò che ha rappresentato lo scudetto italiano vinto dal Cagliari; si leggano i commenti usciti il giorno seguente alla vittoria. Ci si accorgerà che anche lì vi era tutta la portata di un fatto di carattere sociale, in cui la dimensione di fondo, la posta in palio di carattere politico-identitario, appariva chiaramente. Non vi è bisogno di citare i passi di quegli articoli, oggi ristampati per festeggiare il trentennale dell'avvenimento: la solfa era "abbiamo vinto lo scudetto, adesso non siamo più 'italiani di serie B', non potranno più ghettizzarci, considerarci diversi da loro". Tripudio e gaudio:mentre i catalani ammainavano le bandiere spagnole, i sardi si liberavano dell'ingombrante e indesiderato fardello dei quattro mori per innalzare le bandiere della "loro" nazione, a cui potevano, finalmente!, orgogliosamente partecipare.


Costruzione di miti e di identità: mito dei Blaugrana che esaltano la nazione catalana contro mito del sardo che ha il suo eroe, di ieri e forse di oggi, in Ggiggi Rrivva (grandissimo calciatore peraltro). Ecco così che nel famoso e celebrato cartone animato dei Simpsons, il ghettizzato giardiniere scozzese Willie - che nella versione italiana è sardo - davanti ad una impresa disperata esclama: "più forte di Ggiggi Rrivva so(n)no!": e pensare che probabilmente nella versione americana il personaggio citato era William "Braveheart" Wallace, eroe dell'indipendenza scozzese: ogni nazione ha i miti che si merita? Non credo: ogni nazione ha i "miti" che sceglie di ricordare. Tant'è che si può scegliere di ricordarsi che mentre il Cagliari vinceva lo scudetto c'era anche chi si riuniva in clandestinità ed esponeva "le ragioni dell'indipendentismo".