L'insostenibile pesantezza delle parole: Autonomia VS Indipendentzia di "Deliu"
Tale testo nasce dalla lettura
di un articolo dell'Unione Sarda, a
firma di Marco Manca. Pubblicato nella pagina della Cultura il giorno
12/09/1999, ha come oggetto un intervista al Prof. Lilliu, in occasione della
presentazione del libro di Umberto Cardia, la cui introduzione è appunto del
Prof. Lilliu.
Il testo qui presente si propone di porre in evidenza alcune delle problematiche
politiche che oggi come in passato sono al centro della "questione
nazionale sarda" nell'intento di porle come tema di dibattito.
L'insostenibile pesantezza
delle parole: Autonomia VS Indipendentzia.
In una cultura orale le parole sono azioni da mettere in scena nell'<<a
cara a cara>>, reale o virtuale, che lo spazio del dibattito pubblico si
crea. Non sono tutto, ma qualcosa la dicono, e sarebbe utile che ci dicessero
qualcosa sul perché in Sardigna il sinonimo di "Autodeterminazione"
è "Autonomia". Mi riferisco, evidentemente, all'articolo di Mauro
Manca ed ai suoi protagonisti: Umberto Cardia e Jubanne Lilliu.
Si parla del "popolo sardo", termine persino abusato, e se ne
stabilisce il massimo di libertà nell'Autonomia; eppure "essere
liberi" vuol dire "poter fare" e il campo di legittimità
per il fare, l'agire, il "dire", di un popolo è l'Indipendenza e non
l'Autonomia. Per capire cosa sia l'indipendenza ci si può guardare intorno:
Timor Est, con il suo piccolo popolo "infelice ed eroico" - come lo
definì uno studioso marxista delle nazionalità - che rifiuta l'autonomia e si
conquista l'indipendenza; l'Irlanda un tempo così vicina a noi - continua fonte
di paragoni - e oggi distante anni luce; la stessa Italia che, a sinistra come a
destra, guarda ai suoi pregi e difetti in maniera più orgogliosa e, come le altre
nazioni europee, non mostra certo di volersi aggregare a qualcun altro
(voglio dire, ve lo immaginate D'Alema che dice " sì, siamo una nazione ma
preferiamo essere autonomi all'interno del nostro stato tedesco", casomai
perché lì il tasso di disoccupazione è più basso…) e che a livello di
unione europea cede solo piccole quote di sovranità.
Noi invece non abbiamo ancora risolto la partita con noi stessi: abbiamo
talmente paura delle nostre potenzialità che scriviamo e ci raccontiamo
continuamente la storia della "nazione fallita", e le identità si
costruiscono così, nella continua con-divisione e "scrittura" di una
storia. Un famoso storico delle mentalità ha detto che a forza di ripetere agli
uomini che sono schiavi, questi finiscono per crederci: spero che il nostro
popolo non sia ancora a questo punto. E' vero però che non ci siamo mai
piaciuti molto, ma è ben difficile identificarsi in un popolo di rinunciatari
le cui uniche energie le spende per rivendicare alla "patria" di turno
la risoluzione dei problemi economici, gli unici che sembrano interessarci,
anzi, gli unici che sembrano esistere. Fa bene il professor Cubeddu a ricordare
Montesquieau: crediamo davvero che ci sia benessere senza libertà?
I rinunciatari in Sardigna sono di "ogni tempo e colore" ma a ferire
sono quelli sinceri: è facile dire ai giovani di "non scoraggiarsi",
ma non si vede perché non dovrebbero farlo visto che i loro padri sanno lasciar
loro solo eredità di morte e fallimento: perché questa è l'Autonomia sarda,
come idea e come progetto, oggi. L'aborto di una Indipendenza: "qualcosa
che si avvicina all'indipendenza".
I percorsi tortuosi e i grandi problemi che il nostro popolo dovrà prima o poi
affrontare seriamente, saranno più lunghi e difficili se non capiterà mai di
incontrare, leggendo o navigando, altri che potendo proferire parole-azioni non
siano riusciti a rompere le catene del conformismo, della paura, della necessità,
che non abbiano iniziato a far saltare il "paradosso della circolarità
creatrice", ponendosi loro come iniziatori di un tempo e fondatori di un
luogo nuovo. Figuriamoci dunque cosa sarà per gli scoraggiati o per coloro che
passeranno su questa terra talmente leggeri da non sapere neppure che avrebbero
potuto lottare ed essere partecipi dell'esistenza di questo popolo:
incontreranno qualche idea autonomista, ma quel po' di fedeltà e di
attaccamento, di vita che avranno da devolvere non sarà certo per una specie di
struttura burocratica, sarà per il loro popolo (italiano, spagnolo, fenicio che
sia) seppur mediato e incarnato dalla nazionale di calcio.
Eppure noi avremmo qualcosa di difficile ed esaltante da costruire insieme, dei
problemi da affrontare con impegno. Dobbiamo ri-costruire noi stessi e dobbiamo
imparare ad aprirci veramente al mondo, uscendo dal rapporto chiuso e
asfissiante a cui ci siamo costretti pensando che tutto ciò che ci riguarda
dovesse essere mediato da s'Itaglia. Dobbiamo darci dei luoghi e degli strumenti
in cui poter vivere insieme: le comunità non hanno fondamenti da ritrovare,
sono artefatti, costrutti umani, che vivono della partecipazione dei loro
componenti, del loro incontrarsi e dividersi, del loro dibattere, del loro
condividere memorie, passioni, esperienze, sensazioni, riti e miti, conflitti.
Hanno bisogno di luoghi in cui si abbia il modo e il tempo di esistere, ovvero
di formarsi un bagaglio originale con cui aprirsi e da poter donare. Dobbiamo
esistere per noi stessi e per gli altri, con gli altri, senza paura del
confronto/conflitto che è nelle vicende umane: come soggetti in un mondo in cui
le nuove tecnologie creano nuove possibilità di liberazione ma anche di
dominio. Dovremo essere sardi prima della nostra esistenza per poter varcare la soglia
dell'indipendenza e farci presenti: e andare oltre. C'è un momento in cui
dobbiamo credere, e farci soggetti della nostra credenza, per sentirci
appartenenti allo stesso popolo e reclamare, prenderci l'Autodeterminazione.
Eppure gli storici sardi hanno decretato la nostra morte: gli esperti di
Medioevo con la battaglia di Sanluri (o con quella di Macomer, meglio abbondare
con i fallimenti, non si sa mai), quelli del periodo sabaudo con la sconfitta
dell'Angioy, e poi via, "perfetta fusione", fascismo (meglio quello
che il depravato "separatismo"), il ritorno di Lussu e le sue
secchiate d'acqua sul fuoco indipendentista, e fra poco anche il fallimento e la
reinterpretazione del "vento sardista" con annessa tesi in cui si dirà
che Antoni Simon Mossa è stato un "grande
federalista italiano che però non si è mai scordato della sua piccola
patria". Ecco poste le premesse del nostro "non poter fare",del
nostro non essere liberi, ma è solo l'inizio: dopo si tratta di darci una forma
mentis ed infine espellere l'essere sardi, dalla vita quotidiana, dai sensi,
dagli affetti dal vissuto, trasformando tutto in museo/parco/sagra sempre a
disposizione per un tuffo sporadico nella memoria (immaginatevi le zuffe con lo
Stato per avere gli sconti residenti per l'accesso).
La strada è lunga e i
linguisti pur di proporre ognuno un loro standard (con annesso vocabolario e
libro esercizi) faranno di tutto per non mettersi d'accordo: non solo, mentre
diranno che il Sardo è una Lingua al pari delle altre,
lo uccideranno privandolo della vivacità della metafora che crea parole e
custodisce conoscenza. Che gli altri inventino termini per il mondo che cammina,
noi li possiamo al massimo copiare: e fortuna che eravamo un popolo di poeti.
I sardisti vecchi si perderanno al seguito dei vari partiti unionisti, quelli
nuovi parlano di "quasi indipendenza" e poi dicono che ciò serve ad
"avere più peso in campo nazionale" (N.M. e U.D.R. dixit) alimentando
un po' di sano rivendicazionismo velato da varie minacce, queste sì
"separatiste" in senso tecnico, dato che vorrebbero staccarsi dalla
propria (loro) nazione. Le avanguardie indipendentiste poi continueranno a
portare avanti la loro missione senza esserne convinti, facendo la campagna
elettorale senza pronunciare la parola Indipendenza e soprattutto aspettando che
s'Itaglia cambi la costituzione (!!!) inserendoci il diritto
all'autodeterminazione (e casomai anche la promessa di aiutarci a realizzarla),
come se la carta dell'ONU - accettata da s'Itaglia - non sia abbastanza per
legittimare il proprio poter fare, il cui limite è nel non far male agli altri,
non nel farsi del bene da soli.
Come se le accuse di chiusura ed un malaccorto quietismo avessero fondamento.
Chi avrebbe il coraggio di dire che gli Irlandesi, gli Italiani ecc. sono
"chiusi" perché indipendenti? Si scopre l'ovvio dicendo che vi sono
italiani più aperti e più chiusi, eppure si presta ancora attenzione in
Sardigna ad assurdità come il binomio indipendenza/chiusura.
E l'estremismo? Forse che basta essere indipendentisti per essere estremisti?
Sean MacBride, irlandese, premio Nobel e Lenin per la Pace, fondatore di Amnesty
International, era in disaccordo con i metodi violenti dell'IRA, ma non era per
questo meno convinto ed irreprensibile sul fatto che il governo inglese dovesse
andarsene dall'Irlanda e questa dovesse essere una, indipendente,
repubblicana e federale al suo interno. Ha lottato democraticamente per questo.
Non si potrebbe fare lo stesso per il nostro popolo? Che siamo un popolo poi lo
dice anche Alleanza Nazionale!!!
In realtà so bene che il professor Lilliu si considera di nazionalità sarda, e
credo che quel "qualcosa che si avvicina all'indipendenza" sia molto
per una persona pacata e come lui stesso fa capire, disillusa. Eppure, se da più
giovane a più vecchio potessi rivolgergli un invito - garbatamente e con
rispetto - usando una frase di un grande fatalista sardo in un momento di
grazia, gli direi: "Animu Jubanne! E trumba fogu!!". Unu "babbu
mannu" come lui può darci di più che una prefazione ad un libro di
Cardia, per giunta sull'Autonomia.
Ad ogni modo noi non ci scoraggeremo, le coscienze si muovono e dicono che è
tempo di andare avanti, su tempu benidore non fa sconti e non scende a
compromessi. Non è più tempo di resistere, non si può resistere in eterno, si
può resistere un po' alla morte e anche vantarsene, ma poi si perde; si può
resistere a qualcuno che opprime, ma sarà un esistenza di odi, di rancori e di
libertà represse, e si finirà anche per passare per cattivi: non è la vita
che si sogna per il proprio popolo, quella in trincea o in montagna, sempre
nascosti a sé e agli altri, senza potersi realmente confrontare con se stessi e
con il mondo, senza poter vivere con dignità ed in libertà. L'Autonomia come
resistenza, s'Indipendentzia comente cussentzia e esistentzia.