Per una "Democrazia Parallela" (prima parte) di Frantziscu Sanna
Introduzione.
La democrazia per delega pare
finalmente giunta al termine di una lenta agonia che ci ha condotto all'attuale
situazione di totale disaffezione.
Lo spazio del confronto, sempre più relegato ai meandrici corridoi delle varie
assemblee parlamentati, non basta più.
Non può più essere sufficiente, non può più rappresentare realmente nessuno.
La sinistra istituzionale aveva riposto in codeste istituzioni democratiche
tutte le speranze di cambiamento e aveva affidato agli strumenti da essa forniti
i sogni di milioni di persone.
Oggi, il riformismo incarnato dalla socialdemocrazia ha segnato finalmente il
suo tempo. La burocratizzazione dei partiti, la sempre maggiore lontananza dai
bisogni reali della gente, sono stati i sintomi maggiori della fine di un epoca.
La personalizzazione delle competizioni elettorali e la nascita di clientele
sempre più diffuse ne sono state la vera e propria pietra tombale.
L'unica possibilità oramai pare proprio quella di costruire nuovi spazi
istituzionali.
Istituzioni alternative quindi, contrapposte e confliggenti, che sappiano dare
spazio ad una contro-società-civile ormai stanca della democrazia per delega ma
non ancora rassegnata.
Recente passato.
La storia di questa forma
particolare di democrazia ha inizio pressappoco negli anni 60°, quando,
terminata la gioia per la concessione del suffragio universale, l'elettorato
comincia ad avvedersi delle storture dell'intero sistema.
Da chi aveva visto in queste istituzioni il mezzo per arrivare ad una società
migliore (socialisti e comunisti in primis), si passa a chi su queste
istituzioni intende passare sopra (lo stato si abbatte non si cambia).
I movimenti extraparlamentari degli anni a cavallo del sessantotto rappresentano
l'altra faccia della medaglia rispetto alla sinistra istituzionale.
I primi decisero che lo stato andava abbattuto, per le ragioni più diverse,
senza tuttavia costruire in anticipo l'alternativa ad esso.
Tutto, si sarebbe risolto nel momento in cui fosse venuto meno il nemico numero
uno (lo stato). La nuova società sarebbe nata come per incanto dalle ceneri
della vecchia. Il problema dell'alternativa praticamente non si poneva, si dava
per scontato.
Dall'altra parte c'era chi l'alternativa aveva intenzione di costruirla
lentamente, senza traumi, un processo, continuo e progressivo, avrebbe condotto
tramite lo stato stesso al "paradiso in terra". Nulla faceva presagire
il contrario. Le lotte del proletariato e la dogmatizzazione del marxismo
garantivano il successo.
Strategie diverse per una sorte comune.
E così, oggi, ci troviamo a fare i conti con i sogni infranti di tutti coloro
che si riconobbero nella socialdemocrazia e nella rivoluzione.
Quale fu l'errore
di entrambe le strategie? Perché la loro interazione con il sistema diede luogo
solo a risultati effimeri?
I rivoluzionari,
come precedentemente accennato, mancarono di spirito costruttivo, si
dimenticarono di metter le basi per il futuro. La distruzione fu anteposta a
tutto il resto e quando ci si accorse che il nemico era troppo forte per essere
abbattuto, non si lascio in terra nessun segno del combattimento.
I rivoluzionari furono spazzati via ed una avversione ad ogni forma di lotta
segui la clamorosa sconfitta.
Il tempo per riguardarsi indietro non lo ebbero, presto furono tutti risucchiati
da quel sistema che avevano, così accanitamente, combattuto ma a cui non
avevano provveduto a scavare la fossa (fuor di metafora a costruire
l'alternativa).
Le loro battaglie tutt'oggi vengono ricordate come battaglie di una generazione
bruciata, una generazione da cattivo esempio.
Scrivendo oggi, non si può non riconoscere a quei ragazzi, contrariamente
all'opinione dominante, il merito di aver portato al massimo livello di tensione
il conflitto e di aver posto il problema (pur non avendolo risolto)
dell'alternativa.
Chi seguì la via del riformismo invece, tutt'oggi, continua a trascinare
stancamente la propria vana battaglia. Oramai dimenticata l'idea del cambiamento
radicale, profondamente integrati nel sistema, portano avanti una flessibile
politica rivendicazionista e demagogica, profondamente in linea con gli
interessi del sistema che un tempo desideravano cambiare.
Lo stato che desideravano cambiare li ha resi tanto schiavi che oramai vivono
della sua difesa ergendolo quasi a unico salvatore.
Purtroppo, questi continuano a canalizzare molte delle energie presenti nella
cosiddetta società civile banalizzandole e asservendole al sistema.
I partiti, massima espressione di questa prima via, che chiameremo d'ora in poi
istituzionale, continuano quindi a giocare un ruolo da primi attori, sebbene sia
sotto gli occhi di tutti il loro mutamento genetico.
Si potrebbe ovviamente dedicare maggior attenzione al loro mutamento e alle
forme assunte di recente da molti movimenti eredi della tradizione
social-riformista, tuttavia, non essendo questo lo scopo dello scritto in
questione, rimandiamo ad altra sede per un approfondimento di questo genere.
Medesima sorte per entrambi i movimenti quindi, non esser riusciti nel proprio
intento: eliminare lo stato e cambiare per sempre le forme della democrazia
partecipata.
Ai nostri giorni. Svanito il sogno della rivoluzione e persasi ogni speranza nel
riformismo, ci si trova davanti una situazione a tratti drammatica.
Il continuo decremento del numero dei votanti nelle varie tornate elettorali, la
spettacolarizzazione della politica,la crescente disoccupazione, il ritorno in
auge delle teorie neoliberiste, la scarsa differenziazione delle forze politiche
ecc. ecc. sono tutti tasselli della nuova realtà che va formandosi e con la
quale ci si deve per forza confrontare se si vuole realmente proporre
un'alternativa seria a tutto ciò.
Gli spazi del confronto e dell'alternativa nascono appunto dagli spazi lasciati
liberi dalle istituzioni e dai problemi che esse stesse contribuiscono a creare.
Confrontarsi con questa realtà porta dunque alla constatazione
dell'inadeguatezza dello stato moderno nell'affrontare i problemi. Questa
difficoltà nasce forse dal fatto che è lo stesso stato la causa dei problemi
da risolvere.
Non vogliamo sicuramente soffermarci su quella che è l'articolazione dello
stato moderno così come si è venuto costituendo nell'occidente europeo, sia
perché sarebbe troppo difficile, sia perché non sarebbe di alcun aiuto nel
proseguo del discorso.
Sta di fatto che le istituzioni cosiddette democratico-rappresentative,
funzionanti per delega espressa tramite voto, non riescono più ad apparire come
eterne.
La loro storicità appare sempre più evidente, la loro inadeguatezza alla realtà
contemporanea è sempre più tangibile. Delegittimate da quella stessa base che
le aveva fortemente volute, pare proprio che nulla possa restituirle l'antico
splendore.
Il contesto politico-democratico italiano con il quale siamo
"costretti" a fare i conti, puo giusto esser preso come esempio
paradigmatico del crollo di questo modello tutto europeo di organizzazione delle
comunità territoriali.
Ai problemi sopra menzionati come ad esempio crollo dell'affluenza, l'apparato
dello stato-nazionale riesce a rispondere semplicemente proponendo maggioritario
e presidenzialismo come soluzioni.
Pare che le possibilità di rimettere in sesto il gigante malato siano davvero
poche.
Si crede di poter ridare peso alla gente tramite le campagne referendarie, si
crede che l'elezione diretta del sindaco sia l'unico modello per ridare spirito
democratico alle comunità.
Purtroppo i sintomi sono di ben altra gravità.
Accanto alla fantomatica società civile, creata ad hoc dallo stato stesso
affinché ne sostenesse le sorti, sta pian piano sorgendo una contro-società-civile
che non sta più ad osservare nell'anonimato e che nemmeno porta avanti
velleitari tentativi rivoluzionari o riformistici: una contro società civile
che si auto-organizza.
Crea spazi nei modi più svariati, prende coscienza della realtà e non
tralascia di immaginare strutture organizzative differenti.
La forza di questa nuova realtà antagonista sta innanzitutto nell'aver perso
totalmente la fiducia nella democrazia per delega e nell'aver capito che
determinate storture del sistema stato non sono né modificabili né
migliorabili.
Quale
alternativa.
Innanzitutto va definito il
nuovo spazio del confronto.
L'arena che sino ad oggi aveva canalizzato il conflitto era stata quella dello
stato-nazionale; tutti noi siamo politicamente cresciuti rivolgendoci a questa
arena lontana e spesso mitizzata. Oggi, una nuova consapevolezza, ci porta a
rimettere in discussione tutto.
Il paradigma liberale, che da oltre due secoli dominava la scena, pare aver
perso la propria capacità di canalizzare i sogni e le speranze dell'intera
umanità.
La promessa di un progresso infinito e per tutti non puo più essere credibile.
Di conseguenza lo stato nazionale, creazione di questo stesso paradigma non potrà
più essere l'agente di questa fasulla promessa.
Squilibri crescenti a livello mondiale e a livello nazionale, polarizzazione
sempre più forte tra fasce sociali, contribuiscono a rimettere in moto circuiti
alternativi.
La diffidenza e la mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni a tutti i
livelli fanno sentire sempre più forte la necessità di una ricostruzione
democratica delle basi comunitarie.
L'unica strada percorribile è quella della rete. Tutti nelle nostre rispettive
realtà dobbiamo "far gruppo" e allo stesso tempo diventare
"nodo".
Partiamo dalla diversità (culturale, storica, geografica), confrontiamoci
autoorganizzandoci con i nostri contesti comunitari.
Apriamo il dibattito, confrontiamoci, interagiamo concretamente con i problemi,
ribadiamo la nostra volontà di voler costruire e rafforzare una contro-società-civile,
non più base legittimante dello stato liberale ma alternativo ad esso.
Una rete mondiale di auto-organizzazione, che mette quotidianamente in
discussione questo sistema egemonizzato da multinazionali e speculatori
finanziari, esiste già (ne abbiamo avuto un ottima dimostrazione a Seattle), il
nostro compito è semplicemente quello di connetterci.
La strategia lillipuziana potrebbe essere veramente la strada giusta. Non più
strategie centraliste omologanti e negatrici delle diversità, tutto nella rete
è orizzontale, ogni nodo ha la propria importanza nel costruire l'alternativa,
ogni nodo può dare il suo contributo originale anzi, è obbligato a darlo.
Non un solo modello da esportare e imporre, ma tanti modelli tutti
indissolubilmente legati nella rete da un filo comune. I partiti organizzati
centralmente nella storia dell'occidente e non solo, sono stati la terza gamba
dello stato liberal-capitalista, non ripetiamo per l'ennesima volta l'errore di
combattere stando alle loro regole, la rete le regole le ha già e sono
profondamente diverse dalle loro. Continuiamo a costruire la nostra alternativa
dentro la rete per la liberazione.
Sighimus a fraigare s'arternativa nostra, aintru e su tessiu po sa liberatzione.