Cosa avrei detto se avessi parlato al congresso del Partito Sardo, ovvero…
"Per una critica inattuale del sardismo"
di "Deliu" 

Vorrei prendere alcuni spunti da una delle mozioni presentate, ben sapendo che varrebbe la pena lasciare queste frasi nel contesto in cui sono state inserite: ciò ci darebbe modo di riflettere sulle incredibili contraddizioni - o sarebbe meglio dire (finalmente!) "inibizioni" - che travagliano il pensiero sardista. Sono contraddizioni "pesanti" in quantità e qualità e potrebbero dirci molto sullo stato della coscienza sardista.
Ma tant'è! Se si deve essere propositivi, e lo si deve fare in breve tempo, non si può che evidenziare ciò che può farci avanzare nel nostro cammino, anche se nasce in modo quasi casuale o addirittura per sbaglio…
"Noi abbiamo la forte convinzione che maggior libertà e l'esercizio dell'autodeterminazione coincidano con lo sviluppo ed il benessere economico e sociale della Sardegna".
Ben detto. O quasi.


Non c'è bisogno di richiamarsi a Montesquieau per convincersi che "il benessere segue la libertà" e che dunque senza libertà si può diventare anche più ricchi (basta un po' di sano rivendicazionismo e lo Stato provvede) ma a prezzo di diventare sempre più succubi nei confronti di chi elargisce.
Se ci si decide a credere che soltanto la nostra libertà di Popolo potrà consentirci perlomeno di provare a vivere in "prosperità" non ci resta che capire quale forma questa, la Libertà, debba prendere.
Che cosa significa "maggior libertà"? o meglio ancora: cos'è "autodeterminazione"?
Ormai i termini si usano - questi sì! - in libertà, tanto che può capitare di sentire qualcuno proporre l'"autodeterminazione (restando) all'interno dello Stato". Se così fosse tanto varrebbe essere onesti con noi stessi e dire che siccome siamo tanto sfiduciati delle nostre capacità e soprattutto siamo ancora - o sempre di più? - disaffezionati alla nostra cultura (vale a dire alla nostra convinzione di poterci dire "Popolo") allora non ci resta che accontentarci di piccole mete. A poco servirà ricoprirle con grandi parole.
Beninteso: le piccole mete di cui sopra sono cosa ben diversa dai piccoli passi, dai progetti concreti elaborati per cose concrete e posti in essere con l'elasticità che è necessaria in un mondo che si muove velocemente. Sono altro dallo sguardo di medio periodo che abbozza strategie identitarie, simboliche ed economiche, rivolte a rendere più spedito il cammino verso la libertà dei Sardi.


Le piccole mete sono proprio ciò che nega in principio la possibilità di tale libertà; sono l'effetto della propria incapacità di immaginarsi la propria Nazione al futuro (un'incapacità che a volte è fatalismo, altre malafede, altre ancora, calcolo in vista di un comodo potere). Le piccole mete sono il prodotto di un pensiero "fallimentare", e non c'è da domandarsi se da propositi fallimentari possa nascere qualche successo…
Basta chiedere poco a se stessi per dover dare ancora meno e per, alla fine, non ottenere nulla!
I pensieri del sardismo di oggi nascono dal presunto "fallimento" del sardismo degli anni Ottanta, da una cancellazione che vuole occultare quell'atmosfera che ha dimostrato che le cose "si possono fare", che non c'è un presente "dato"- e men che meno un futuro. Del passato poi non ne parliamo…

E' scritto in questa mozione che ci si guarda attorno e si vede che gli altri stentano a "regionalizzarsi", che non pronunciano le "parole magiche": Nazione Sarda e Autodeterminazione.
Ma non è a loro che bisogna chiedere di pronunciarle, non ora almeno. Che si "regionalizzino" poi è impossibile visto che per loro la Sardegna è sempre stata una Regione e dunque comunque la si rigiri loro non si sono mossi poi tanto. Tra l'altro noi non siamo regionalisti e dunque poco ci compiacerebbe tale scelta…
Se alcune parole divengono magiche è perché c'è qualcuno che è disposto a credere in esse, è pronto a farsi trasportare dalla loro forza. Ma siamo punto a capo.
Siamo l'unico popolo in cui Autodeterminazione non vuol dire Indipendenza. Non nascondiamoci dietro un dito, non facciamo la parte di chi fa finta di saperla più lunga per potersi meglio autoingannare. Non c'è nessuno Stato che cederebbe la sua indipendenza, non c'è nessuna Nazione che ha come proposito ed aspirazione quello di diventare "regione autonoma" di qualcun altro!


Dire poi che le fette di sovranità vengono cedute, in alto o in basso che sia, ha ben poco a che vedere con il problema dell'identità, anzi!, diviene ancor più impellente fare attenzione - sulla scorta di uno dei maggiori studiosi di questioni nazionali - al fatto che
le strutture "amministrative" possono creare appartenenza. Non è forse proprio oggi, oggi che cede la sovranità, che è in crisi, che lo Stato italiano diviene sempre più promotore di manifestazioni ed iniziative a favore dell'unità nazionale italiana (e che piaccia o meno ci mettono dentro anche noi)? Non è forse solo oggigiorno, morte le ultime pseudo-critiche classiste, che è arrivato ad essere simbolo condiviso di unità "nazionale"?
Ma noi fingiamo di non sapere e diventiamo complici, se non responsabili del fatto che si possano tappezzare le suole e i paesi della Sardegna di bandiere italiane senza che nessuno dica nulla. Chiusi nella nostra suicida tradizione economicista scalpitiamo e ci indigniamo su vertenze Stato-Regione in cui sono in ballo i soldi, o su fantomatiche promesse di posti di occupazione. Giochiamo la parte dei rivendicazionisti morti di fame (con buona pace dell'idea che il benessere non ci può essere se prima non si è ottenuta la libertà) e ci indigniamo solo per "su dinare": e per il resto? Lo Stato faccia pure, tanto la parola "Nazione Sarda" - che serve solo per spaventarli - non è ancora abbastanza magica, nemmeno per noi. Magica rimane la nazionale di calcio italiana per la quale molti qui presenti probabilmente sarebbero pronti a correre a casa e neanche tanto di nascosto. Potenza dei simboli.

C'è bisogno di un "Partito Nazionale Sardo", così è stato scritto mettendo in maiuscolo le iniziali.
E' una proposta da non scartare.
E' stato scritto anche, da alcuni studiosi della cultura, che "bisogna saper morire per continuare a vivere": quantomeno ci si deve saper trasformare. Perché non sia opera "trasformista" bisogna farlo sulla scorta di una riflessione seria sul proprio passato e sulla base di un altrettanto serio ideale da perseguire nel futuro.
Da tale punto di vista sembra essere divenuto ozioso il richiamo agli anni di vita del PSd'Az, per non parlare poi del continuo struggersi o appellarsi ai così detti "padri".
Partito Nazionale Sardo vorrebbe dire esporsi finalmente e chiaramente perlomeno sul proprio essere "organici" solo ed esclusivamente alla Nazione Sarda, al suo esistere e al suo rapportarsi agli altri. Che piaccia o meno quasi tutti i presunti padri del sardismo che ci viene chiesto di riverire non credevano, o addirittura pensavano fosse una perversa idea reazionaria, alla Nazione Sarda. Si sentivano italiani e tali volevano essere; Lussu scrisse dalla Francia il pamphlet "Per l'Italia dall'esilio", ricordiamocelo. Questa è l'eredità che ci hanno lasciato e che molti continuano a difendere.


Noi possiamo al massimo scusare coloro che sono stati abbagliati dalle loro imprese, dalla loro retorica del "sangue versato per la Patria". Proprio così: l'unico modo per dare veramente rispetto a quelle morti tanto ingiuste quanto inutili da cui il sardismo è nato, passa tramite l'ammissione che chi le ha tradite, chi non ne ha colto il senso profondo ed ultimo sono stati proprio i "sardisti".
Al fondo di quel sacrificio vi è tutta la violenza di una negazione di identità e libertà giocata contro un intero popolo; vi è la radicale e disperata umanità di una vicenda che ci accomuna a tutti quegli altri popoli (che difficilmente hanno volontariamente offeso qualcuno nella loro storia) che come noi sono arrivati a quel massimo di perversione in cui hanno negato gli altri contro cui non avrebbero dovuto aver nulla - uccidendoli materialmente -  , mentre negavano se stessi, abdicando alla loro diversità, incapaci di chiamarsi fuori, lasciandosi prendere dal meccanismo per cui se si era stati "chiamati" a partecipare era perché si era italiani e si era italiani perché si era stati "partecipanti".
Noi siamo chiamati a dar senso a tutto ciò comprendendo che coloro che si ritrovarono nel paradosso furono coloro che più forte subirono l'acculturazione: la classe dirigente del PSd'Az, da tale punto di vista non rese molto onore a quelle morti, o perlomeno lo rese a suo modo, in definitiva lasciando intendere che quei Sardi combatterono giustamente.(Non a caso quelle morti vennero usate come se si potesse metterle su una bilancia in cui misurare ciò che ci spettava dallo Stato come in un mero scambio mercantilistico: poco spazio per una domanda più inquietante: "perché andare a trattare con i propri aguzzini?") Ma è ciò che noi sappiamo oggi: non c'era per i Sardi nulla di giusto in quelle guerre, nemmeno l'idea di difendere la loro libertà, visto che non combattevano per loro e non combattevano come popolo.

Detto ciò: la politica che il sardismo può e deve elaborare nel futuro è una politica indipendentista. La qualità di questa politica sta nella qualità degli uomini che la producono, nella qualità del rapporto fra di essi - dunque la loro capacità di lavorare insieme, di creare reti di comunicazione e di scambio (pratico e simbolico) fra di loro - sta nella qualità dei "prodotti" che verranno creati e che dunque non solo la rappresenteranno ma saranno gli agenti che inseriti nella realtà sapranno andare a trasformarla. Ed è solo l'inizio.
Fra la concezione del passato come "Medesimo" del nostro presente e quello di un "Altro" radicalmente diverso si può porre una concezione "Analogica" che quanto meno ci consente di relazionarci con esso. Se è lecito usare l'analogia per capire e trasformare il presente, mi sia data la possibilità di porre i Nuraghi come esempio.
Chi ci ha preceduto in questa terra (e non c'è dubbio che se non scegliamo i nuragici ci appioppano gli italici romani) ha saputo creare qualcosa che a suo tempo era funzionale a scopi pratici (abitativi, di difesa ecc), ha creato qualcosa che era sicuramente un simulacro della sua visione del mondo, del suo rapportarsi al sacro, alla vita e alla morte; ha creato qualcosa che è stato socialmente condiviso, ha avuto una capacità diffusiva talmente ampia da estendersi in tutta la Sardegna; ha creato un simbolo, un modo di rappresentarsi e di esistere per Sé e per gli Altri, talmente potente e duraturo che oggigiorno, se eliminassimo i nuraghi dalla Sardegna, avremmo difficoltà a riconoscerci come popolo. Se ci pensate bene, quando lasciate le nostre poche città o i nostri piccoli paesi sempre più tristi e vi avviate per quelle immense parti non umanizzate della nostra terra, mentre la girate presi dalle vostre più intime e personali vicende quotidiane, non potete che ri-trovarvi a casa - dovunque siate - ri-conoscervi come parte di un popolo, non appena vi si para davanti quell'inconfondibile "cumulo di pietre" così sapientemente accatastate da chi ci ha preceduto.


Con buona pace dello Stato italiano che, nonostante le apparenze, spera ancora che ci crescano sopra i cespugli: ci sarà sempre qualche ragazzo che dopo aver subito il lavaggio del cervello a scuola, uscendo, camminando per la sua terra, avrà la possibilità, sarà chiamato a domandarsi: "chi sono?".
Oggigiorno ciò che noi possiamo e dobbiamo produrre è molto di più, molto più vario, e forse anche molto più effimero e meno duraturo. E tuttavia sarà, dovrà essere, qualcosa di nostro, qualcosa che ci può accomunare lungo il cammino.

Siamo ancora in tempo perché siamo, e saremo sempre,
nel tempo. Davanti alle sfide della post-modernità i Sardi non possono che sentirsi stimolati. Noi oggigiorno vogliamo riappropriarci del compito di creare "intelligenza", una intelligenza pronta, vivace e critica che è un bagaglio umano ed è spendibile ovunque ma che è diversa perché parte dalla nostra terra e dalla nostra storia: non c'è bisogno di essere stati dei vincenti in passato per avere diritto a vivere nel presente; basta saper valorizzare e far divenire produttiva la propria differenza, darle un senso.
Davanti ad un compito così difficile e ambizioso non può che servire una coscienza indipendentista. Anzi, è solo in una prospettiva indipendentista che tutto ciò ha senso.

Portare avanti un processo di
differenziazione culturale non spetta ad un partito ma è la sua presenza, la sua capacità di relazionarsi agli stimoli che vengono dalla società, e la sua capacità di stimolare e dare appoggio a coloro che in essa agiscono che può creare quell'"atmosfera indipendentista", quel ritrovato piacere di dirsi ed essere Sardi - essere parte di una collettività che agisce ed esiste nel mondo - che può portarci pacificamente e democraticamente alla Repubblica Sarda.
Un Popolo che vuole essere responsabile di Sé: vuole essere Indipendente.

"E' il momento di osare: non c'è giustificazione alla rassegnazione".
L'ha detto un sardo: incredibile ma vero. Anche perché è un sardo di oggi. (e d'altronde fra quelli di ieri solo Antoni Simon Mossa ha parlato ed agito per il futuro della Sardegna con la lucidità e il coraggio,
s'animu, che ancora oggi ci servono)


Che non l'abbia detto un "politico" dà già abbastanza da pensare, che poi non sia stato il
sardismo attuale deve farci ancor più riflettere: o perlomeno per quel tanto che basta a convincerci che essere al passo con i tempi non significa auto-censurarsi. Inoltre, davanti al diritto e al desiderio di libertà di un popolo non c'è mai giustificazione alla rassegnazione. E' sempre tempo per liberarsi ed il tempo è sempre per la libertà: si tratta di vedere se lo sapranno essere anche i Sardi ed i sardisti.