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4.

Luoghi di frustrazione. di Claude Hagège. Da "Storie e destini d'Europa", La Nuova Italia '95.

 

Negli stati-nazione come la Germania o l’Italia, l’unità politica si manifesta attraverso uno strumento linguistico che, a parte le varietà dialettali, è comune. Ma molte lingue d’Europa non coincidono con uno stato-nazione.

 

Questa mancanza di coincidenza è alla base di frustrazioni nazionaliste, per di più spesso aggravate dalla condizione minoritaria dei parlanti. Raccogliamo qui lo studio di tali casi, a cui vanno aggiunti quelli che per una ragione o per l’altra abbiamo menzionato altrove.

 

Un momento ricco di ventate nazionalistiche, tipiche dei destini d’Europa e dei suoi scontri, è la storia, relativamente recente, del risveglio nelle nazionalità sulla scia del romanticismo. Il colpo che allora scosse gli imperi centrali si propagò non solo all’est, ma anche all’ovest del continente, raggiungendo popoli che conservavano nella memoria collettiva l’immagine scolorita di una antica indipendenza e di un prestigioso passato.

 

La rivendicazione patriottica di una lingua a cui si aggiunge questo passato finisce per accentuare la sfida nazionalista.

Ci sono anche casi in cui la lingua in questione arriva a ottenere uno statuto ufficiale, ma lo spartisce con altre. A seconda dei luoghi e del genere di spartizione, questa situazione può generare conflitti, o non generarne. I paragrafi che seguono mostreranno la varietà delle circostanze.

 

Il fatto costante, più o meno violento da un paese all’altro, rimane l’attaccamento alla lingua e a ciò che essa simboleggia. Conoscere questi meccanismi è utile se si vuole essere in grado di prevederne l’evoluzione, e forse anche di orientarne gli effetti.

Qui ne daremo un’idea, prima per l’ovest e poi per l’est.

 

L’ovest e le «piccole» lingue

 

Ci occuperemo prima delle lingue che hanno uno statuto ufficiale non esclusivo: neerlandese del Belgio, irlandese, maltese, lussemburghese: e isolotti di resistenza come il catalano, il gallego, il sardo; e poi delle lingue che lottano contro il declino: occitano, basco, bretone, gaelico, gallese.

Catalano, gallego, sardo: isole di affermazione

 

Il catalano è parlato in Spagna da 6 milioni di persone, cioè il 17% della popolazione, in Francia da 200 mila abitanti del Rossiglione, in Sardegna da circa 20 mila nella colonia valenziana di Alghero, e in Andorra da 6.300 persone circa.

Si tratta dunque di una minoranza relativamente piuttosto importante. Malgrado una certa influenza dell’occitano, lingua letteraria di prestigio fino all’inizio del XIII secolo, la pressione più forte sul suo lessico e sulla sua sintassi la esercita il castigliano, antico vicino, che dando il cambio all’aragonese, nella prima metà del XVI secolo si sostituì al catalano come lingua della cancelleria, e in breve divenne perfino l’unica lingua scritta.

 

Solo all’inizio del XIX secolo il risveglio del sentimento nazionale rianima il catalano, suscitando una fioritura di opere letterarie che gli restituiscono splendore. Fra il 1932, data in cui gli è accordato uno statuto politicamente autonomo, e il 1939, quando è bandito da ogni uso ufficiale, il catalano conosce una fase di espansione di cui ritroverà alcuni aspetti durante gli anni cinquanta nel campo religioso, scolastico ed economico.

Le frustrazioni catalane si manifestano oggi in un atteggiamento di ostinata difesa di una lingua alla quale la vasta diffusione del bilinguismo (anche il castigliano è lingua ufficiale) non permette di regnare incontrastato entro i suoi confini amministrativi. Comunque il ritorno dell’autonomia (1980) e le leggi scolastiche favorevoli dovrebbero garantire un futuro al catalano.

 

Considerato un dialetto portoghese, il gallego è molto conservatore, ricco di parole celtiche e di prestiti dall’antico francese e dall’antico occitano. L’influenza occitana ha prodotto una tradizione lirica di poeti di corte, che fiorì dal XII al XIV secolo. Ma poco più tardi il gallego viene sostituito negli usi letterari dal castigliano. La sua rinascita, come quella del catalano, coinciderà con una presa di coscienza politica, che sarà opera delle parti illuminate della popolazione delle città storiche: La Coruña, Pontevedra, Orense.

Qui come in quasi tutta Europa, la tradizione filologica nazionalista si esprime nel gran numero di grammatiche e dizionari che costituiscono i riflessi viventi del desiderio di garantire al gallego, codificandolo in una norma, una dignità che possa compensare la sua relativa emarginazione di idioma minoritario.

 

La stessa coincidenza di un’arcaicità che sta alla base di una rivendicazione della propria alterità ha alimentato le opere dei poeti sardi dell’epoca moderna.

 

In mancanza di una norma scritta stabilita, essi hanno usato l’una o l’altra delle parlate di questa lingua romanza ancora vicino al latino, ma nel contempo ricca di elementi prelatini e in particolare punici, e più tardi arricchita da apporti castigliani e catalani, nel corso di una storia piena di asperità come l’isola stessa.

 

La Sardegna, integratasi nell’Italia nel 1861, costituisce tuttavia un mondo sufficientemente originale, e in particolare dal punto di vista linguistico, perché nel 1948 si prendesse la decisione di accordarle lo statuto di Regione Autonoma.

 

Come in Sicilia e in Corsica, le due grandi isole del Mediterraneo occidentale dove si parlano dialetti italiani, anche qui l’attaccamento all’idioma materno che mostrano gli insulari rimasti bilingui riflette l’importanza che viene data alla lingua autoctona come elemento costitutivo della personalità.

 

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