Cumentzamentu introduction

 

 

Sardu

“Su Cuncòrdu” est unu logu-web ki mìrat at sa criatziòne de sa ‘comunitàde virtuàle’ de su Pòpulu Sàrdu, comunitàde ki faghèndesi bènit at èssere realitzatziòne et prumìssa de s’Indipendèntzia nostra. Pro partizipàre a sa manniadùra de custu logu kin artìculos, pìntos, pintùras, et tottu su ki bos bènit at pensamèntu, no abbisòntzat sotziadùra.

Custa comunitàde bìvet de su cuntribùtu bòstru.

English

Su Cuncordu” is a web-site that pursue the construction of the “virtual community” of the Sardinian People: a community “in progress” that is realization and promise of Indipendence. The partecipation is absolutely free. This community lives of your contribution.

Italiano

“Su Cuncordu” è un sito che mira alla creazione della ‘comunità virtuale’ del Popolo Sardo, comunità in costruzione che sia realizzazione della nostra Indipendenza, individuale e collettiva. Per partecipare all’arricchimento di questo sito con propri articoli, proposte, immagini e quant’altro non occorre dunque nessuna adesione o iscrizione.

Questa comunità vive del vostro contributo creativo.

 

di Franciscu Sedda


A cosa servirà mai parlare ancora di una cultura arcaica ed inadatta ai tempi post-moderni? Di una cultura morta? Dal punto di vista di coloro che la ereditano, la prendono in carico, certamente a vivere: a vivere un’altra vita, una vita “altra”, che vive con altre vite e senza di esse non potrebbe vivere: che esiste perché marca la sua diversità e come tale è riconosciuta.

Chi rinuncerebbe alla vita? alla potenzialità di essere in movimento?

Sì, in movimento, perché: “ciò che non si muove è morto”.

Muoversi ad elaborare continuamente se stessi, prima di museificarsi, prima che non resti che la “nostalgia” a coprire - pessima scusa - il proprio fatalismo: prima che non resti solo il livore e la tracotanza di coloro che hanno passato la loro vita ad imputare al loro luogo di nascita tutte le colpe di questo mondo, quelli che ci vorrebbero morti perché noi siamo il “resto” che gli impedisce di riconciliarsi con il loro Sé, un Sé che non ha mai saputo e voluto affrontare le miserie, le vergogne ed i complessi di inferiorità di cui si è nutrito. Specchiandoci nelle loro gratuite malignità, nel loro immobile agitarsi, sentiamo la velocità del nostro pensiero: e siamo già là, avanti, dove ci coglierà il futuro, dove sarà chiaro che non ci è mai servito essere contro qualcuno, perché siamo sempre stati per qualcosa. Avevamo ben altro da fare che spendere energie ad offendere gli altri che ci offendevano: noi volevamo costruire.

E’ sempre tempo per riprendere il cammino: nessuno, se non noi stessi, potrà mai impedirci di incontrarci di nuovo e riprendere a cantare e danzare, tutti insieme. Non serve che si canti tutti allo stesso modo, e neanche che si dia sempre e comunque armonia. Basta partecipare a su cuncordu: esserci.

E’ il proprio contributo singolo che fa la libertà della propria comunità: è la nostra esistenza che sostanzia la nostra Indipendenza. E’ la scelta di partecipare, libera e dirompente, che segna la svolta: la difficoltà si fa stimolo, le passioni e le ragioni azioni.

Scegliere di autodeterminarsi. Est zae incumenzau su cuncordu.

Partire dal proprio canto per arrivare a costruire il proprio modo di stare nel mondo nel presente futuro. Ritrovare l’apertura più ampia del proprio poter fare e del proprio sentire.

Forse un giorno gli unionisti noteranno che i profeti di Internet avevano detto che “la democrazia in tempo reale mira alla costruzione di un “noi” il più ricco possibile, il cui modello musicale potrebbe essere il coro polifonico improvvisato” e si domanderanno se il futuro post-moderno era arcaico…e sardo!

Noi tessiamo la nostra parte di trama di quell’arazzo che connette, di quel luogo che gli uomini stanno formando per donarsi esistenza.

Le nostre parole, le nostre creazioni, sono gli atti che danno presenza all’immaginazione della nostra Nazione. Che la donano a noi, al nostro dibattito, ai nostri conflitti, ai nostri miti e riti, alla nostra conoscenza in cammino: si donano agli altri, al confronto da cui non dobbiamo fuggire, di cui non si può aver paura.

Nois semus in “Su Tessiu”. A nois toccat a tessere.

Le parole si creano, l’uso della Comunità le legittima, rincominciamo a parlare il mondo. Ma se la metafora è viva è perché noi siamo vivi, qui, dove Sa Republica Sarda già vive della vostra partecipazione: dà luogo alla sua zenìa e dà ospitalità a sos tessidores istranzos, gli ospiti/stranieri – nella nostra lingua c’è una parola sola per i due termini – che tessendo l’hanno raggiunta.

Camminando tessiamo i fili che legandoci fra noi e agli altri ci danno l’indipendenza e ci portano prus ainnanti puru.

A bois, sardos, toccat a tessere, a bois toccat a cantare: semus in su Tessiu chenze meres, semus in su Cuncordu nostru, tott’impare.