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Sardu
“Su
Cuncòrdu”
est unu logu-web ki mìrat at sa criatziòne de sa ‘comunitàde
virtuàle’ de su Pòpulu Sàrdu, comunitàde ki faghèndesi
bènit at èssere realitzatziòne et prumìssa de s’Indipendèntzia
nostra. Pro partizipàre a sa manniadùra de custu logu kin
artìculos, pìntos, pintùras, et tottu su ki bos bènit at
pensamèntu, no abbisòntzat sotziadùra.
Custa
comunitàde bìvet de su cuntribùtu bòstru.
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English
“Su
Cuncordu”
is a web-site that pursue the construction of the “virtual
community” of the Sardinian People: a community “in progress”
that is realization and promise of Indipendence. The partecipation
is absolutely free. This community lives of your contribution.
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Italiano
“Su Cuncordu”
è un sito che mira alla creazione della ‘comunità virtuale’
del Popolo Sardo, comunità in costruzione che sia realizzazione
della nostra Indipendenza, individuale e collettiva. Per
partecipare all’arricchimento di questo sito con propri
articoli, proposte, immagini e quant’altro non occorre dunque
nessuna adesione o iscrizione.
Questa
comunità vive del vostro contributo creativo.
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A cosa servirà mai
parlare ancora di una cultura arcaica ed inadatta ai tempi
post-moderni? Di una cultura morta? Dal punto di vista di coloro
che la ereditano, la prendono in carico, certamente a vivere: a
vivere un’altra vita, una vita “altra”, che vive con altre
vite e senza di esse non potrebbe vivere: che esiste perché marca
la sua diversità e come tale è riconosciuta.
Chi rinuncerebbe
alla vita? alla potenzialità di essere in movimento?
Sì, in
movimento, perché: “ciò che non si muove è morto”.
Muoversi ad
elaborare continuamente se stessi, prima di museificarsi, prima
che non resti che la “nostalgia” a coprire - pessima scusa -
il proprio fatalismo: prima che non resti solo il livore e la
tracotanza di coloro che hanno passato la loro vita ad imputare al
loro luogo di nascita tutte le colpe di questo mondo, quelli che
ci vorrebbero morti perché noi siamo il “resto” che gli
impedisce di riconciliarsi con il loro Sé, un Sé che non ha mai
saputo e voluto affrontare le miserie, le vergogne ed i complessi
di inferiorità di cui si è nutrito. Specchiandoci nelle loro
gratuite malignità, nel loro immobile agitarsi, sentiamo la
velocità del nostro pensiero: e siamo già là, avanti, dove ci
coglierà il futuro, dove sarà chiaro che non ci è mai servito
essere contro qualcuno, perché siamo sempre stati per qualcosa.
Avevamo ben altro da fare che spendere energie ad offendere gli
altri che ci offendevano: noi volevamo costruire.
E’ sempre
tempo per riprendere il cammino: nessuno, se non noi stessi,
potrà mai impedirci di incontrarci di nuovo e riprendere a
cantare e danzare, tutti insieme. Non serve che si canti tutti
allo stesso modo, e neanche che si dia sempre e comunque armonia.
Basta partecipare a su cuncordu: esserci.
E’ il proprio
contributo singolo che fa la libertà della propria comunità: è
la nostra esistenza che sostanzia la nostra Indipendenza. E’ la
scelta di partecipare, libera e dirompente, che segna la svolta:
la difficoltà si fa stimolo, le passioni e le ragioni azioni. 
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Scegliere di autodeterminarsi. Est zae incumenzau su cuncordu.
Partire
dal proprio canto per arrivare a costruire il proprio modo di
stare nel
mondo nel presente futuro. Ritrovare l’apertura più ampia del
proprio poter fare e del proprio sentire.
Forse
un giorno gli unionisti noteranno che i profeti di Internet
avevano detto che “la democrazia in tempo reale mira alla
costruzione di un “noi” il più ricco possibile, il cui
modello musicale potrebbe essere il coro polifonico improvvisato”
e si domanderanno se il futuro post-moderno era arcaico…e sardo!
Noi
tessiamo la nostra parte di trama di quell’arazzo che connette,
di quel luogo che gli uomini stanno formando per donarsi
esistenza.
Le
nostre parole, le nostre creazioni, sono gli atti che danno
presenza all’immaginazione della nostra Nazione. Che la donano a
noi, al nostro dibattito, ai nostri conflitti, ai nostri miti e
riti, alla nostra conoscenza in cammino: si donano agli altri, al
confronto da cui non dobbiamo fuggire, di cui non si può aver
paura.
Nois
semus in “Su Tessiu”. A nois toccat a tessere.
Le
parole si creano, l’uso della Comunità le legittima,
rincominciamo a parlare il mondo. Ma se la metafora è viva è
perché noi siamo vivi, qui, dove Sa Republica Sarda già vive
della vostra partecipazione: dà luogo alla sua zenìa e dà
ospitalità a sos tessidores istranzos, gli ospiti/stranieri –
nella nostra lingua c’è una parola sola per i due termini –
che tessendo l’hanno raggiunta.
Camminando
tessiamo i fili che legandoci fra noi e agli altri ci danno l’indipendenza
e ci portano prus ainnanti puru.
A
bois, sardos, toccat a tessere, a bois toccat a cantare: semus in
su Tessiu chenze meres, semus in su Cuncordu nostru, tott’impare.
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