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L'Italia non esiste. di Sergio Salvi. Edizioni Camunia. Firenze 1996. A
questo punto ci corre l’obbligo di un risarcimento perlomeno morale
nei confronti dei sardi (quelli veri [non quelli del Regno “italiano
di Sardegna”, ndr]) e del loro sfortunato regno, istituito una prima
volta dall’imperatore nel 1164 e ritagliato su misura per il «giudice»
di Arborea, il sardo Barisone: il quale venne sì incoronato ma perse
subito la corona poiché non possedeva la somma di 4.000 marchi
d’argento (che ne era il prezzo)
e non gli riuscì di racimolarla in tempo debito. E, per i sardi
almeno, la corona fu persa per sempre. Il
regno venne infatti istituito, una seconda volta, dal papa, nel 1239,
col nome di Regnum Sardiniae et Corsicae ma riservato a Enzo,
figlio illegittimo di Federico II. Nemmeno Enzo ne entrò mai in
possesso. Il titolo venne addirittura restituito, in seguito, a papa
Bonifacio VIII che nel 1297, lo concesse al re d’Aragona (purché
restituisse la Sicilia agli angioini di Napoli). L’accettazione da
parte del re di Aragona fu, all’inizio, soltanto formale: ci vollero
molti anni, infatti, perché gli aragonesi si decidessero a sbarcare
nell’isola (rinunciando però alla Corsica, che rischiò di finire,
come regno separato, nelle mani del granduca di Toscana nel XVI secolo). I
sardi, da tempo in armi contro gli «italiani» (genovesi e pisani),
lottarono in seguito accanitamente, per preservare la loro libertà
anche contro gli aragonesi. Ma alla fine li accettarono (anche se si
ribellarono ancora molte volte). Il regno era del resto una entità
politica formalmente sovrana (anche se il re risiedeva a Barcellona),
dotata di Parlamento, di moneta, di milizie, di leggi, di tribunali
propri (che giudicavano in base al codice della Carta de logu, in
lingua sarda, promulgata da Eleonora d’Arborea nel 1388): anche se, a
partire salla seconda metà del XV secolo, lingua ufficiale dell’isola
diventò il catalano e, subito dopo, il castigliano. Nel
1718, per effetto del Trattato di Londra, il Regno di Sardegna fu
inopinatamente assegnato al duca di Savoia, del Monferrato e di Aosta
nonché conte di Nizza e di molti altri luoghi assai meno conosciuti,
che aveva regnato per appena cinque anni sulla Sicilia in virtù della
Pace di Utrecht (quella che aveva trasferito la Lombardia dalla Spagna
all’Austria: 1713). Le isole vennero, insomma, scambiate per i soliti
giochi politici tra le grandi potenze. Il
sovrano sabaudo, per non tornare soltanto «duca e conte» e mantenere
quindi un titolo regale qualsiasi, acconsentì, sia pure a malincuore,
allo scambio. Riuscì però a impossessarsi della sua nuova isola
soltanto due anni dopo, grazie alla Pace dell’Aia: e vi mantenne, per
qualche tempo, l’autonomia tradizionale compreso lo strapotere dei
feudatari spagnoli, limitandosi a esercitare una pressione fiscale
crescente. Poi
cominciò a erodere i privilegi del regno e a trattare l’isola come
fosse una colonia. Impose l’italiano quale lingua ufficiale nel 1764. Nel
1793, i francesi sbarcarono nell’isola con l’intento di istituirvi
la «Repubblica sarda una e indivisibile». Tra essi c’era il giovane
napoleone Buonaparte. Il Parlamento sardo, che non era mai stato riunito
dal re sabaudo, si autoconvocò e, obbedendo ai suoi ordini, le milizie
sarde ributtarono a mare i francesi. Fiero di questo successo militare,
il Parlamento chiese al re, che stava a Torino, di riunirlo almeno una
volta ogni dieci anni, di riservargli la nomina dei vescovi nelle
diocesi dell’isola, di permettere ai sardi di ricoprire, nella loro
patria, le maggiori cariche pubbliche esclusa quella di viceré, di
istituire un Ministero per gli affari sardi a Torino e un Consiglio di
Stato a Cagliari. Il re rifiutò tutte le proposte. Il
Parlamento ricorse allora, di nuovo, alle proprie milizie, e cacciò
dall’isola i rappresentanti del re. Era il 28 aprile 1794. Per
venire a oggi, si dirà che
due anni fa, in un soprassalto di orgoglio e di dignità isolani, la
Regione autonoma della Sardegna ha dichiarato il 28 aprile Sa die de
sa Sardigna («il giorno della Sardegna»), una sorta di 14 luglio
ad uso dei sardi. Torniamo
al 1794. Purtroppo, la «rivoluzione sarda» finì presto e male. Coloro
che, uniti, avevano cacciato i sabaudi, si divisero subito e si
affrontarono in armi. Il leader dei «democratici», l’indipendentista
Giovanni Maria Angioi (che voleva istituire la Repubblica sarda), dopo
avere sconvolto i tre quarti dell’isola alla testa di un esercito di
contadini e di pastori, venne sconfitto dalle milizie speditegli contro
dal Parlamento di Cagliari, impaurito dalla sua predicazione sociale e
sobillato dai grandi feudatari e dai vescovi tramite i quali si era
messo, nel frattempo, in contatto col re (che aveva acconsentito al
perdono). Paradossalmente,
nel 1799, cacciato dalla sua Torino da Napoleone, che ne incamerò il
tesoro, il re si rifugiò nell’isola dove rimase per dodici anni, a
spese di questi suoi sudditi ombrosi ma, in fondo, generosissimi. I
Savoia, una volta rimessi in sella a Torino, dimenticarono ogni
gratitudine e ripresero a interferire nelle vicende dell’isola (nel
1815, con la Restaurazione, avevano ottenuto anche la repubblica di
Genova e si sentivano sempre più forti). Nel 1820, emanarono l’Editto
delle chiudende col quale venne disposta la recinzione, a favore dei
proprietari, dei pascoli fino ad allora lasciati liberi per le esigenze
dei pastori.. I
proprietari si guardarono bene dal coltivare queste tancas («recinti»)
e le lasciarono, però affidandole a caro prezzo, al godimento (si fa
per dire) dei soliti pastori. Nel
1827, venne abrogata la Carta de logu, il monumento giuridico del
popolo sardo, che aveva regolato la vita dell’isola, nella sua lingua
materna, per trecentoventinove anni. Caddero di conseguenza anche i
diritti allo sfruttamento delle terre comuni da parte dei contadini e
dei pastori. Ciò portò alla sanguinosa rivolta detta de su connottu
(«del conosciuto»). Nel
1847, alla vigilia della «prima guerra di indipendenza» italiana, una
delegazione di notabili sardi, priva di ogni investitura (fosse essa
parlamentare o popolare), chiese al re che il regno fosse abolito. Lo
fece nell’intento di fruire dei diritti commerciali e fiscali concessi
agli «Stati sardi» di terraferma (Savoia, Aosta, Piemonte, Nizza e
Genova) e dai quali l’isola era stata esclusa. Carlo
Alberto accettò di buon grado. Con una vera e propria rapina giuridica,
che prese il nome di «fusione perfetta», il Parlamento di Cagliari
(che il re, in centotrenta anni, non aveva mai riunito) venne sciolto.
L’isola perse così gli ultimi due «privilegi» che le erano rimasti:
quello di battere moneta e quello dell’esenzione dal servizio militare
dei suoi abitanti. Il
Regno di Sardegna, lungi dallo scomparire, venne trasferito fisicamente
in Piemonte. E in suo nome vennero compiute quelle regie annessioni che
portarono al ripudio del nome stesso. Il
re restò re: ma d’Italia. I sardi riottennero così l’uso esclusivo
del loro nome ma restarono le prime vittime (le più innocenti e
inconsapevoli) del Risorgimento, rischiando seriamente di apparirne i
protagonisti. |